Le sindromi cefalalgiche:

approccio olistico integrato

 
  1. 2004   Sorrento    IX incontro del club dell’omotossicologia AIOT

  2. 2004   Roma       Ordine dei medici   Le medicine non convenzionali in odontoiatria

  3. 2004    Cassino         Meeting del cassinate

La cefalea cronica è una delle patologie più frequenti ed invalidanti per le quali un grosso numero di pazienti fa ricorso al consulto medico generico e specialistico.

Il “mal di testa” costituisce un’esperienza universale: chiunque l’ ha vissuta almeno una volta nel corso dell’esistenza e pur non essendo una malattia "rischiosa", può compromettere seriamente la qualità della vita (Gelb 21).

 La cefalea di tipo tensivo è il mal di testa più comune con sensazione di compressione o di costrizione d’intensità lieve o media. E’ bilaterale, spesso presenta un’aumentata dolorabilità dei muscoli pericranici alla palpazione sono presenti spesso disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare, ansia, depressione, stress muscolare, ecc.

La maggior parte di questi pazienti si affida purtroppo all’autoprescrizione di prodotti da banco come i farmaci antinfiammatori non steroidei, con abuso di questi ultimi e non completa risoluzione del sintomo algico.

Il risultato è il più delle volte deludente in quanto se riesce ad eliminare il sintomo, dolore, nelle fasi acute non si hanno miglioramenti duraturi anzi il più delle volte si ha la cronicizzazione del sintomo.  Infatti a lungo termine si ha una persistenza della sintomatologia tanto che il paziente lo considera inevitabile cercando una forma di convivenza con tale disturbo, arrivando a definire la sua presenza “normale”.

Nella pratica clinica abbiamo l’evidenza di quadri che in vario modo sono dominati dal sintomo cefalea, variamente rappresentato, ma insieme ad esso vi sono una serie di altri sintomi concomitanti e correlati, quali cervicalgia, pseudovertigini, ecc., tanto da rendere più idonea la definizione di sindromi cefalalgiche (Biffi.7)

Tale definizione rende meglio il quadro composito dei sintomi presenti e la prevalente localizzazione nei distretti cefalici. Questo, ovviamente, ha indubbie ripercussioni in sede diagnostica e terapeutica.

La medicina, nel corso degli anni, ha subìto profondi e radicali cambiamenti in relazione alle conoscenze che si sono acquisite nel tempo, tanto che, storicamente, l'impatto che ha avuto sull'uomo e sulla società è cambiato radicalmente.

La possibilità di considerare il soggetto affetto da una patologia nella sua interezza, e non come una serie di sintomi da eliminare, è il fondamento della medicina olistica. Quest'approccio al paziente consente di considerare il soggetto nella sua globalità, in particolare studiare l'equilibrio che egli riesce a stabilire nel suo interno e nelle relazioni che instaura con l'esterno, rendendo possibile la realizzazione di un quadro di benessere psicofisico. Si considera il soggetto come la sommatoria degli aspetti costitutivi dell'organismo reciprocamente influenzantesi e riassumibili in aspetti strutturali, biochimici e psichici.

La medicina olistica non è una forma diversa o alternativa di medicina anzi è alla radice dell’arte medica non solo dal punto di vista storico ma anche filosofico; attualmente si è arricchita di tutte le conoscenze scientifiche della medicina, e non tradendo la considerazione dell’organismo nella sua globalità è arrivata a rappresentare l’individuo graficamente come un triangolo (Walther 44) ai cui lati sono posti l’aspetto psichico, biochimico e strutturale; basandosi sui seguenti postulati: lo stato di benessere, adattamento o malessere dell'organismo dipende non da uno solo di questi aspetti, bensì dalla sommatoria di tutti e tre

L’organismo è volto al mantenimento dell'equilibrio inteso come omeostasi o meglio come omeodinamica (Bellavite 4), questa è mantenuta con il migliore comfort e con il minor dispendio energetico. nello schema fisiologico, mentre in quello adattato avrà priorità l'assenza di dolore che porterà ad un atteggiamento meno confortevole e ad un maggiore dispendio energetico.

La malattia non è altro che l'espressione più o meno manifesta dell'alterazione di questo equilibrio, ed in particolare attraverso i sintomi, il corpo non fa altro che segnalare che vi è qualcosa che non va e che è necessario uno studio accurato al fine di individuare la causa primaria per poterla rimuovere. Così come è necessario intervenire su tutto il sistema affinché l'organismo stesso sia capace di avviare il processo di guarigione, che in realtà, sarà un'autoguarigione.

I sintomi, quindi, non sono la malattia, ma la sua espressione, e la loro soppressione non indica la guarigione, anzi, la loro soppressione favorisce la cronicizzazione della malattia stessa.

Nella genesi di un quadro morboso le possibili cause agiscono dapprima su uno dei tre aspetti, portando a ripercussioni anche sugli altri due. Inoltre, non è il tipo di causa in se a condizionare l'insorgenza della malattia, in quanto cause diverse daranno sempre un'alterazione del quadro generale, poiché ogni individuo è un fenomeno biologico unico che ha un proprio modo di vivere, ammalare e guarire.

Tutte le cause capaci di alterare l'equilibrio sono capaci di dare origine ad un quadro patologico e possono essere definite stressori.

Gli stressori sono gli stimoli che l'organismo riceve durante la sua normale attività, la loro presenza è necessaria in un quadro fisiologico normale. Questi stimolando l'organismo al mantenimento dell’omeodinamica, daranno origine ad uno stress, definito eustress, capace di indurre una fisiologica risposta di adattamento, detta reazione di Selye (Ricciardi 37).

Ciò che caratterizza gli stressori sono: durata, frequenza ed intensità. Quando gli stimoli superano, nel senso della durata, frequenza ed intensità, la soglia della tollerabilità non saranno più fisiologici, dando origine a ciò che definiamo disstress, avviando un'alterata risposta di adattamento; quindi possono rappresentare il punto di partenza per un'alterazione del normale stato fisiologico,comportandosi quindi da noxa patogena.

Non è importante il tipo di stressore, che potrà essere esogeno ma anche endogeno, ma le sue caratteristiche fisiche, cosicché, la determinante non sarà lo stressore in se bensì il terreno su cui agisce; tanto che stimoli simili possono dare quadri fra loro diversi, così come quadri clinici simili possono originare da cause fra loro molto diverse.

Si può schematizzare la modalità di insorgenza ponendo delle situazioni intermedie, rappresentate dalla tolleranza fisiologica, funzionale e strutturale.

L’evento stressante deve in primo luogo superare la tolleranza fisiologica che lo rende un disstress quindi non più utile anzi potenzialmente dannoso, successivamente deve superare la tolleranza funzionale. Questa è una caratteristica dei sistemi complessi ed è data dalla capacità di questi sistemi di ridurre al minimo gli effetti negativi potenziando vie alternative e minimizzando gli effetti negativi degli eventi potenzialmente dannosi.

Una volta superata anche la tolleranza funzionale si mina anche quella strutturale che rappresenta l’ultima possibilità del sistema di far fronte agli eventi dannosi, solo a questo punto si renderà manifesta l’alterazione del fisiologico equilibrio attraverso la comparsa della sintomatologia.

Quindi la comparsa dei sintomi rappresenta l’ultimo anello di una successione di eventi che hanno superato tutti i livelli di tolleranza del sistema; pertanto bisognerebbe cercare di intercettare gli stressori il più precocemente possibile e comunque prima dell’insorgenza dei sintomi.

L’opera del medico è sempre quella di cercare una diagnosi e soprattutto una diagnosi differenziale che sia la più completa e precoce possibile, perché solo con la più precisa possibile definizione del quadro si può intraprendere la corretta ed efficace terapia.

Il medico che utilizza l'approccio olistico non è "diverso" anzi è conscio di queste necessità che lo porta ad una corretta anamnesi che, non sia la sterile elencazione delle patologie pregresse e la raccolta dei sintomi eventualmente presenti, precisando al meglio tutti i dati forniti dal paziente.

Anche con l'esame obiettivo si cercano eventuali segni obiettivi, caratterizzandoli ed inquadrandoli, al fine di precisare quanto più possibile il quadro clinico.

A questo scopo oltre alla classiche tecniche semeiologiche (ispezione, palpazione, percussione ed ascultazione), può essere utile l'inquadramento posturale globale che è un metodo di valutazione di come il soggetto interagisce con l'ambiente e quali meccanismi di riequilibrio mette in atto quando riceve degli stimoli.

L'analisi posturale utilizza una serie di test posturali e/o kinesiologici, che permettono di esaminare l'individuo nella sua globalità utilizzando il linguaggio del corpo che è extraverbale.

Effettuato un inquadramento clinico generale del paziente gli esami di laboratorio e strumentali saranno utili alla migliore definizione del quadro. Fra gli esami strumentali s’inseriscono esami propri della medicina cosiddetta alternativa, quali ad esempio la stabilometria statica, gli esami bioelettrici e bioenergetici.

Quest'approccio diagnostico è quindi volto all'inquadramento del paziente, e non della malattia, stabilendo: il tipo di disturbo, il quadro patologico, la fase della malattia e soprattutto ricerca delle cause primitive e l'evoluzione patogenetica.

Quindi il nostro scopo sarà, senza preclusioni ideologiche, sempre quello di ricercare una diagnosi, e soprattutto una diagnosi differenziale, pertanto utilizzeremo le metodiche della medicina cosiddetta allopatica così come altre metodiche cosiddette “alternative”.

La conseguente terapia, che potremo definire biologica o integrata, sarà quanto più possibile incentrata sulla rimozione delle cause primitive e correlate; essa rimovendo le cause primarie ed agendo sul miglioramento del quadro generale provocherà un aumento della reattività dell'organismo che favorirà il processo di autoguarigione (H. Heine 24).

Inoltre, con le terapie biologiche gli effetti saranno duraturi in quanto mirano alla riattivazione di processi cronobiologici, con la normalizzazione e la sincronizzazione dei parametri fisiologici mediante la rigenerazione delle funzioni cicliche. Ciò assume notevole rilevanza poichè le periodicità sono costituite da una fase attiva o produttiva e da una fase trofotropa o rigenerativa, che devono alternarsi in maniera fisiologica.

Lo studio della postura, pertanto, può rappresentare una modalità d’approccio clinico al paziente, a patto di non considerare la sua determinazione, un fatto puramente meccanico, bensì valutando in maniera olistica tutti i fattori che la determinano, indagando i tre aspetti costitutivi dell’organismo.

 

 Le anomalie della postura, apparentemente, si manifestano sul sistema osteo-artro-mio-ligamentoso, attraverso l’instaurarsi di anomale tensioni muscolari distrettuali e generali che portano ad un quadro sintomatologico definito genericamente di tipo muscolotensivo, fino ad una vera e propria sindrome miofasciale. In realtà i quadri sono molto più complessi e polimorfi interessando tutti i distretti corporei e tutte le funzioni organiche.

Cause all’origine della tensione muscolare possono essere riassunte in: fattori muscolari, disturbi d’irrorazione sanguigna, malattie degli organi interni, focolai, influenze fisiche, carichi anomali statici e dinamici, modificazioni degenerative, traumi, disturbi elettrolitici, irritazione delle radici nervosi fattori psichici (schema 2).


 La mandibola è quindi in una situazione particolare in quanto: da un lato ha la necessità di doversi spostare in relazione alla postura, dall'altro è costretta ad assumere la posizione che l'intercuspidazione determina; se queste condizioni rientrano in un range fisiologico non si avranno effetti negativi della postura mandibolare sulla postura del corpo e viceversa, se invece non rientrano nel range si avrà un disturbo sull'occlusione che influirà sulla postura provocandone un’alterazione. Se gli effetti si hanno in epoca precoce si potranno avere ripercussioni con la genesi o meglio con una facilitazione nella genesi malocclusioni (livello orale) e/o modifiche scheletriche (livello generale).

Se al contrario gli effetti si hanno una volta finita la crescita si potranno avere: a livello orale: patologia a livello stomatognatico (disfunzioni dell'ATM, insorgenza di parafunzioni, ecc.) ed a livello generale (cefalee, cervicobrachialgie, pseudovertigini, mal di schiena, ecc.).

Lo studio ha riguardato n° 145 pazienti pervenuti nel nostro studio dentistico per valutazione odontoiatrica, posturale oppure in quanto inviati in consulenza da colleghi medici.

In particolare 87 per valutazione odontoiatrica, 29 per valutazione posturale, 21 inviati in consulenza ed 8 per altri motivi.

I pazienti sono stati 100 donne e 45 uomini, con un’età media è di 31,5 anni, il paziente più piccolo di 5 anni ed il grande di 67 anni.

Si è proceduto somministrando un questionario anamnestico, sulla cui base si è cercato attraverso il colloquio clinico di definire e caratterizzare il quadro generale repertorizzando i sintomi, inoltre per le pazienti di sesso femminile le caratteristiche del ciclo mestruale, prima di procedere all'esame obiettivo generale ed a quello posturale.

L'esame clinico classico è stato integrato dall'ausilio di test propri della posturologia clinica quali: verticale di Barrè, esame al podoscopio, esame di Bassani o dell'ascensione dei pollici, test degli indici (Gagey 29, Zanardi 45 , test degli extrarotatori delle gambe (Autet 1), test di riprogrammazione occlusale o di Meessermann, nonché di test kinesiologici (Walther 44).

Si è proceduto in tal modo all'inquadramento del paziente cercando di stabilire quale aspetto fosse prevalente, ovvero se l'interessamento fosse prioritario sulla componente strutturale, biochimica o psichica.

Per le problematiche  ritenute prevalentemente strutturali si è proceduto alla loro distinzione in base al recettore posturale alterato, almeno in maniera più importante, non potendosi avere mai l'esclusivo interessamento di uno solo di essi.

L'approfondimento diagnostico è stato effettuato per i pazienti con problematiche ritenute a prevalenza strutturale con esami radiologici quali: rx rachide in toto in duplice proiezione, rx cervicale in duplice proiezione, ortopantomografia, telecranio laterolaterale ed analisi cefalometrica (Morri 31) ed indagini radiologiche specialistiche secondo le necessità del caso di volta in volta esaminato.

L'effetto dei materiali dentali delle precedenti terapie presenti in bocca è stato indagato con test kinesiologici, test posturali e con la misura delle correnti endorali con amalgamometro.

Lo studio delle problematiche malocclusive oltre che con la teleradiografia laterolaterale del cranio e l'analisi cefalometrica (Morri 31) , con indagini funzionali quali: elettromiografia di superficie dei muscoli masticatori (Nazzicone 32), l'analisi dei tracciati d'apertura e chiusura mandibolare (Mazzocco 28), l'analisi computerizzata dell'occlusione (Tscan).

Le problematiche ritenute primitivamente biochimiche e psichiche o emozionali sono state approfondite con esame stabilometrico e con l'analisi bioelettrica del connettivo lasso con Biotest 2.

Il monitoraggio delle terapie, di volta in volta prescritte ed effettuate, è stato eseguito con la verifica clinica dell'evoluzione della sintomatologia e con l’esame posturale nonchè con l'analisi bioelettrica del tessuto connettivo lasso, l’esame stabilometrico e tutti i sussidi diagnostici ritenuti utili di volta in volta.

Lo scopo del lavoro è quello di verificare l'effetto positivo delle terapie messe in atto siano esse incentrate prevalentemente sulle cause strutturali, biochimiche e/o psichico-emozionali; e come i trattamenti abbiano un effetto su tutto l'organismo e non solo sull'aspetto primitivamente interessato.

La prima fase è consistita in un inquadramento generale, mirando ad un approccio diagnostico e terapeutico individualizzato, cercando comunque di suddividere in gruppi i pazienti per poter dare un minimo ordine nell’analisi dei dati.

La classificazione, pur con tutti i limiti delle standardizzazioni, è stata fatta secondo la posturologia in sindromi discendenti, 43, ascendente, 15, e mista 87.

Inoltre, si è anche effettuata una suddivisione secondo la medicina olistica in relazione all’aspetto prevalentemente interessato: strutturale, 51, biochimico, 58, psicoemozionale, 36.

Una volta operata la suddivisione è stato proposto ad ogni paziente il piano terapeutico ritenuto idoneo nel caso specifico, comprendente il trattamento delle cause ritenute primarie così come di tutte le misure terapeutiche collaterali; i pazienti che hanno avviato il trattamento sono stati in totale 97.

Imprescindibile è stata l’accettazione della terapia omotossicologica di drenaggio e stimolo, così come quando è stato possibile e stata attuata una terapia specifica di terreno.

Le terapie attuate naturalmente si sono in vario modo sovrapposte cercando di attuare un trattamento multidisciplinare.

I pazienti che non hanno acconsentito al trattamento sono stati 48 per vari motivi: fra questi una parte non ha perché lo ha ritenuto oneroso, un’altra parte non ha accettato il trattamento omotossicologico senza addurre motivazioni, infine una parte di essi non è stata disposta a sottoporsi a terapie complesse.

I pazienti che sono stati sottoposti a trattamento sono stati 97 di cui 67 donne e 30 maschi, con età media di 26,5 per i maschi e 33 per le donne

In relazione alle caratteristiche peculiari di ogni paziente è stato impostato il piano di cura ritenuto idoneo, soprattutto cercando di inquadrare il paziente secondo la tavola dell’omotossicologia in una delle sei fasi.

In particolare nel gruppo da 5 a 20 anni in cui risultavano più frequenti le patologie acute su base infiammatoria e le patologie funzionali, sono stati prescritti in prevalenza i composti semplici e i preparati homaccord; mentre nelle altre due fasce essendo prevalenti i quadri più avanzati delle patologie infiammatorie, con i deficit reattivi locali e con le insufficienze d’organo sono stati prescritti invece prevalentemente i rimedi compositi sia tissutali che di stimolo generale aspecifico.

Tale condotta generale è stata di volta in volta verificata ed anche modificata secondo l’evoluzione del quadro clinico durante le varie  fasi del trattamento.

Dalla tabella generale si possono riassumere ed analizzando i sintomi lamentati in tutti i pazienti, e secondo l’età, raggruppate in tre fasce:

Dopo l’inquadramento diagnostico è stato proposto per ogni paziente un piano di trattamento che mirasse alla rimozione delle cause principale, al trattamento di tutte le altre alterazioni riscontrate.

Per quanto riguarda i sintomi riferiti all’inizio, nella tabella 5 si riportano per ogni uno di essi, la scomparsa, la diminuzione o la persistenza, dei pazienti in trattamento ed alla fine del trattamento.

Bisogna precisare che il criterio seguito per affermare la diminuzione del disturbo è stato quello di una riduzione almeno della metà di quello iniziale.

Le pazienti sottoposte al trattamento hanno avuto, inoltre, un beneficio sulla frequenza del ciclo mestruale.

In particolare delle 45 pazienti, di età compresa fra i 20 ed i 45 anni, cui è sta proposta la terapia 30 lamentavano anomalie del ciclo, 21 hanno avviato e finito la terapia, 12 sono state controllate a distanza.

Le pazienti che hanno riferito una normalizzazione del ciclo sono state rispettivamente 17 e 10, solo due non hanno avuto alcun beneficio sulla frequenza e/o insorgenza del flusso, 1 di queste era ed è in amenorrea pur avendo solo 32 anni.

Riferiscono, inoltre, un netto miglioramento delle modalità d'insorgenza del flusso con una riduzione dei disturbi premestruale, ed una riduzione della componente algica durante il flusso.

In tutti i pazienti si è ottenuta una remissione della sintomatologia in maniera più o meno marcata associata al miglioramento generale della funzionalità documentabile con i test clinici e con gli esami strumentali

Al miglioramento dei quadri sintomatologici ha fatto riscontro un'evoluzione del quadro obiettivo con riscontri posturali della presenza di reazioni d’adattamento più fisiologiche.

Il monitoraggio stabilometrico ha mostrato in tutti i pazienti un miglioramento degli indici stabilometrici, dell’indice di Romberg e dell’LFS.

In tutti i casi si è avuto un miglioramento del quadro bioelettrico dell'analisi del tessuto connettivo lasso, in particolare i primi segni di miglioramento corrispondono ad un aumento della reattività generale, e delle tossine, soprattutto a carico delle zone identificabili come zone bersaglio che corrispondono nella quasi totalità dei casi alle zone addominali. Questo è confermato dai miglioramenti riferiti dell’alvo, sicuramente da ascriversi ai benefici affetti della terapia sulla flora intestinale sia che si sia intervenuto direttamente con specifici rimedi sia come effetto benefico secondario alle altre terapie.

Nella fascia di età da 5 a 20 anni in cui la terapia è stata prevalentemente rivolta al trattamento delle anomalie di atteggiamento come prevenzione e trattamento delle modifiche scheletriche, nei casi dove è stato possibile disporre degli esami rx del rachide nei vari momenti terapeuti abbiamo potuto obiettivare un miglioramento del quadro radiologico.

Lo studio che abbiamo condotto è stato volto alla verifica dei risultati terapeutici su un gruppo di pazienti affluiti nel nostro studio per la presenza di quadri eterogenei di sintomatologia che noi riteniamo appartenere ad un unico meccanismo patogenetico consistente in quadri di disadattamento posturale.

La ricerca diagnostica delle varie problematiche è stata condotta utilizzando tutti gli strumenti che abbiamo ritenuto utili secondo le esigenze che sono emerse durante l’esame clinico.

Utilizzando lo studio posturale abbiamo, per ogni paziente, potuto valutare le risposte fornite dal sistema tonico posturale in relazione ai recettori interessati, in varie situazioni test, così come delle modalità utilizzate nell’integrazione sensoriale.

Il conseguente trattamento che abbiamo suggerito ai pazienti è stato anch’esso olistico mirando a rimuovere le cause primarie, quelle conseguenti e concomitanti così come alla “bonifica” del terreno costituzionale.

I trattamenti che si sono in vario modo sovrapposti hanno avuto riscontro non  solo nel miglioramento obiettivo del quadro clinico ma anche soggettivo con una risposta positiva molto alta.

La distinzione in relazione alle fasce di età ci ha consentito di definire in maniera più schematica le problematiche, infatti il quadro sintomatologico è estremamente diverso nei soggetti che possiamo ritenere in accrescimento (fase plastica) e quelli in cui l’accrescimento è terminato (fase non plastica).

I soggetti in accrescimento essendo “plastici” hanno una grande tolleranza strutturale, pertanto le abnormi tensioni muscolari saranno scaricate sulla componente ossea modificandola, con l’insorgenza di modifiche scheletriche.

Nei soggetti di età maggiore invece le capacità plastiche sono molto ridotte pertanto, non avendo una grossa tolleranza strutturale, una volta superata la tollerabilità fisiologica dello stress insorgerà la sintomatologia.

Infatti la presenza di sintomi all’esame anamnestico è molto inferiore nel gruppo di soggetti con età compresa fra 5 e 20 anni rispetto agli altri due gruppi. Nel complesso il sintomo più frequente è stato la cefalea presente nell’80% dei soggetti, seguita dalla cervicalgia nel 75%, anche le sensazioni vertiginose o di instabilità sono state riferite con una buona frequenza, 57%, mentre gli altri sintomi variamente rappresentati non hanno superato il 50%.

Se invece analizziamo i sintomi in relazione alle fasce d’età notiamo come nella prima,da 5 a 20 anni, oltre alla categoria altri sintomi, il sintomo più frequente sia l’affaticamento visivo presente nel 50% dei soggetti seguito dai disturbi del tronco. Le altre due fasce di età invece si possono considerare sovrapponibili sebbene esistano lievi differenze soprattutto per le sensazioni vertiginose e/o di instabilità più rappresentate nel gruppo da 20  40 anni e dei dolori ai piedi più rappresentato invece nel gruppo d 40 a 67 anni.

Sicuramente i nostri risultati sono anche troppo positivi, visto che purtroppo non includono i pazienti che non hanno portato a termine la terapia che probabilmente non hanno beneficiato del trattamento e quindi lo hanno abbandonato, e che comunque non sono maggiori del 10-15%.

Alla luce dei dati emersi riteniamo che l’approccio olistico ed integrato alle sindromi cefalgiche possa portare ad una efficace strategia terapeutica anch’essa integrata che miri a ristabilire l’equilibrio omeodinamico capace di favorire la guarigione dei soggetti.

Le sindromi cefalgiche non devono essere considerate in relazione alla sintomatologia, ma devono tener conto di una serie di fattori fondamentali percui anche le modificazioni scheletriche del tronco (cifosi e lordosi ridotte o accentate, scoliosi), degli arti inferiori e della bocca (malocclusioni) devono essere considerate in questo gruppo.

Il trattamento come più volte rimarcato deve tendere alla rimozione delle cause primarie e di tutto ciò che nel frattempo si è realizzato come adattamento e/o disadattamento.

Pertanto è evidente che in sede diagnostica si debba nella maniera più precisa possibile valutare il soggetto stabilendone la situazione fisiopatologica del momento.

I dati di questo studio sono stati inoltre paragonati ad un nostro precedente lavoro clinico-sperimentale in cui si erano valutati gli stessi sintomi in un gruppo di soggetto sottoposti a terapie gnatologiche ed ortodontiche, con un approccio posturale ma solo con trattamenti di tipo strutturale, in cui pur avendo degli ottimi risultati, il miglioramento era comunque inferiore di almeno il 30%.

Riteniamo che la differenza non sia stata tanto da attribuire all’approccio diagnostico delle malocclusioni e/o delle problematiche gnatologiche ma all’integrazione di altri aspetti fra cui le focalità, il ruolo del mesenchima e l’utilizzo dei fiori di Bach per le problematiche emozionali.

In conclusione possiamo affermare che l'approccio olistico al paziente e l'utilizzo di tecniche diagnostiche tradizionali integrate con quelle più moderne, permettono di realizzare un inquadramento globale del paziente rendendo possibile una definizione diagnostica del quadro clinico più vicina possibile alla realtà individuale.

In questo modo, ogni paziente è valutato sotto tutti gli aspetti, e pertanto può essere sottoposto ad una terapia strettamente individuale che tenga conto delle peculiarità di ogni soggetto in quello specifico momento.

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